I miracoli di Santa Gianna

 

Primo miracolo racconto di Mons Spreafico

il primo miracolo si verificò nel 1977 nella diocesi di Grajaù, dove io ero vescovo e dove era missionario il fratello di Gianna. Protagonista, una mamma di nome Lucia Cirillo. Una povera donna, che viveva in una capanna, nella foresta, ed era di religione protestante. Aveva già tre figli. Il quarto morì nell’utero, provocando nella donna conseguenze gravissime, con infezioni, una fistola, e altri terribili malanni. Lucia doveva essere operata d’urgenza, ma l’ospedale più vicino era a quasi settecento chilometri, praticamente irraggiungibile per mancanza di strade in mezzo alla foresta. La donna era rassegnata alla morte. Se ne stava nella sua capanna, abbandonata a se stessa. Una suora missionaria andò a trovarla e la invitò a pregare Gianna, sorella di Padre Alberto. La suora mise una reliquia di Gianna sotto il cuscino del giaciglio della moribonda e rimase a pregare a lungo. Nel pomeriggio, Lucia, come lei stessa in seguito raccontò, sentì come delle scosse forti in tutto il corpo. I dolori lancinanti che la tormentavano, sparirono. E lei si addormentò. Qualche ora dopo si svegliò e si sentiva bene. Era completamente guarita. In seguito i medici constatarono che tutti i malanni che quella donna aveva erano totalmente scomparsi. La fistola si era cicatrizzata. Un fatto clamoroso.

Secondo miracolo racconto di Mons Spreafico

L’altro miracolo si verificò a Franca, vicino a San Paolo, sempre in Brasile. Questa volta avvenne in una famiglia molto credente, impegnata nell’azione missionaria, e testimone principale fu il vescovo di Franca, monsignor Diogenes Silva Mathes. I coniugi Elisabetta e Cesar Arcolino, avevano già tre figli. Alla fine del 1999, Elisabetta rimase incinta per la quarta volta. Al quarto mese, cominciarono le complicazioni, perdite, emorragia, e infine la rottura del sacco amniotico con la perdita del liquido. Il bambino non poteva vivere e si doveva ricorrere all’aborto per salvare la madre. Elisabetta e Cesar conoscevano la beata Gianna e il loro vescovo, Diogenes, era un grande devoto di questa donna italiana. Si affidarono a lei. Cominciarono a pregarla. I medici non davano alcuna speranza, proprio perché era impossibile che il feto potesse vivere senza liquido amniotico. Per farla breve, la gravidanza continuò per altri cinque mesi in quelle condizioni impossibili, cioè senza liquido amniotico. Alle fine, nacque una bellissima bambina che è stata chiamata Gianna Maria. Un miracolo strepitoso, complesso, che ha coinvolto varie persone: il bambino che è sopravvissuto senza liquido amniotico, la madre, che ha tenuto il bambino in quelle condizioni e anche il medico ginecologo, una donna, che di fronte a questo prodigio si è convertita.

Secondo miracolo, articolo di Saverio Gaeta, da FAMIGLIA CRISTIANA n.51 - 2003

Da  FAMIGLIA CRISTIANA   n. 51 del 21/28 dicembre 2003 – Direttore: Antonio Sciortino

di Saverio Gaeta

IL SECONDO MIRACOLO DI GIANNA

Una donna brasiliana ha avuto la bimba che aspettava nonostante un grave trauma

Protagonista è una neonata, la brasiliana Gianna Maria Arcolino Comparini.

Sua madre Elisabete Arcolino Comparini, quasi 35 anni all’epoca dei fatti, aveva già portato a termine tre gravidanze. A fine novembre 1999, accortasi di essere ancora incinta, venne colta da una notevole perdita di sangue. L’ecografia evidenziò il sacco gestazionale di 0,8 centimetri e un coagulo retroplacentare di 2,2 centimetri di diametro. «È una gestazione iniziale con rara probabilità di evoluzione», fu l’esplicita sentenza della dottoressa Nadia Bicego Vieitez de Almeida, ginecologa di Elisabete.

Dopo alcuni giorni in ospedale la situazione si stabilizzò e la donna tornò a casa. I successivi controlli mostravano però una costante situazione emorragica. Per di più, l’ecografia del 19 dicembre evidenziò un grande scollamento della placenta, che faceva prevedere un imminente aborto spontaneo. Ma, contrariamente alle aspettative, la gravidanza continuò e il cuoricino del piccolo embrione continuava a battere.

Una situazione disperata

L’11 febbraio 2000 il drammatico evento che sembrò dare la definitiva svolta alla situazione: Elisabete venne ricoverata d’urgenza per l’improvvisa rottura delle membrane e l’ecografia rivelò che il liquido amniotico era fuoriuscito completamente. Il feto appariva vivo, ma non sembrava esserci via di scampo. «La prassi raccomandata in tali casi è l’interruzione della gestazione, per il rischio di infezione materna», ha spiegato al processo diocesano la Bicego.

Dettaglia il dottor Nilton Keiso Maeda, il radiologo che effettuò l’indagine diagnostica: «Il liquido amniotico è il mondo del feto e gli dà tutta la protezione. Senza questo liquido egli rimane esposto all’ambiente esterno, per cui il bambino può prendere un’infezione, come pure la madre».

Che le possibilità di sopravvivenza per la piccola fossero uguali a zero lo conferma la totale assenza nella letteratura clinica di esempi simili conclusisi in maniera positiva. Due studi, condotti nelle facoltà mediche delle università di San Paolo e di San Francisco su gestanti con rottura delle membrane fra la 22ª e la 26ª settimana – dunque in epoca molto più matura del caso qui in esame –, testimoniano che tutti i feti erano stati espulsi entro 60 giorni dall’evento, a causa delle contrazioni uterine. Ma per i feti di 16 settimane l’espulsione avviene entro pochissimi giorni.

Le parole di Elisabete ripercorrono quei drammatici giorni nei quali i tentativi ospedalieri di reintegrare i liquidi persi non avevano effetto e incombeva la necessità di decisioni irrevocabili: «Dopo 72 ore l’acqua non ritornò e la dottoressa, nel frattempo, mi diede la notizia che era necessario interrompere la gravidanza, per il fatto che io correvo il rischio di perdere la vita».

«Non accettavo quella decisione»

«Anche se altri medici consultati davano tutti lo stesso responso clinico», continua Elisabete, «il mio cuore non accettava la decisione di porre termine alla gestazione. La dottoressa entra nella stanza ed esige una risposta. Molto afflitta, chiesi a mio marito Carlos Cesar che mi portasse un sacerdote».

I coniugi sono cattolici praticanti e la donna era catechista della parrocchia di San Sebastiano a Franca, nel Sudest del Brasile, a metà strada fra Brasilia e San Paolo. È a questo punto che entra in scena il vescovo diocesano, monsignor Diogenes Silva Matthes, in visita pastorale nell’ospedale San Gioacchino. Proprio lui aveva benedetto le nozze di Elisabete e Carlos Cesar e ora si affaccia inaspettatamente alla porta della camera nella quale la donna è ricoverata: «Egli pregò con me e mi disse: “Betinha, noi pregheremo, Dio ci aiuterà”».

Poi il vescovo lascia momentaneamente i due coniugi, va a casa e più tardi ritorna, portando alla gestante una biografia della Beretta Molla e dicendole parole umanamente inconcepibili: «Fa’ come la beata Gianna e, se necessario, da’ la tua vita per la creatura. Ho terminato ora di pregare in casa mia e ho detto alla beata in orazione: “È arrivata l’occasione perché tu possa essere canonizzata. Intercedi presso il Signore la grazia del miracolo e salva la vita di questa creaturina”».

Elisabete e il marito accolgono con totale fiducia l’invito del loro vescovo e affidano il futuro nelle mani di Dio. Così alla dottoressa Bicego fu espressa la volontà di andare avanti. Diversi colleghi, ha raccontato la ginecologa, le dissero che era una follia da parte sua condividere quel gesto e permettere la prosecuzione di una gravidanza dagli esiti scontati, «ma io, non so se per intuizione, per mancanza di coraggio o attratta dalla fede di Elisabete, che non ha limiti, decisi la condotta di attesa».

Tutta la parrocchia pregava

In quei giorni anche il parroco di San Sebastiano, padre Ovidio José Alves de Andrade, raccontò ai fedeli ciò che stava avvenendo e l’intera comunità fece propria l’invocazione alla beata Beretta Molla, chiedendo insistentemente questa grazia. Le amiche Glaice e Cidinha, in una memoria scritta, affermano con candore: «Pensammo che se Dio ascolta la richiesta di un fedele laico, molto più potere ha quella di un vescovo! E, nella certezza del miracolo, pregammo e ripetemmo più volte la richiesta».

Giunti alla 32ª settimana, quando il peso della bambina aveva raggiunto un chilo e ottocento grammi, si decise per il taglio cesareo, con la neonata che apparve da subito in buona forma.

Dopo il parto, fu preoccupante invece la situazione di Elisabete: la placenta, ha spiegato la ginecologa, «presentò ciò che si chiama “acretismo”, una ferita all’interno del muscolo uterino, con la placenta che rimane incollata dentro l’utero: si ebbe una grave emorragia e la paziente presentò un collasso polmonare, con necessità di cure intensive per tre giorni». Ma tutto alla fine si risolse positivamente.

Di quei drammatici giorni resta un appunto di mamma Elisabete, al termine del resoconto cronologico fedelmente vergato lungo tutta la gravidanza: «31.05.2000 – Nascita di Gianna Maria. Vittoria della vita».


Saverio Gaeta